Onestà sul voto elettronico

Onestà sul voto elettronico

In Italia il voto elettronico è dietro l’angolo. Non fa parte del “contratto del governo del cambiamento” ma l’obiettivo di scoraggiare l’astensionismo  c’è, e questa narrativa è stata usata in altri paesi per introdurre il voto elettronico alla metà degli anni 2000..

L’attuale Ministro per la democrazia diretta (l’On. Riccardo Fraccaro) è uno dei responsabili dell’introduzione del voto elettronico nello statuto di Roma Capitale che ha fatto slittare il voto del referendum sul Trasporto Pubblico, anche qui giustificato con un altra giustificazione senza fondamento dei sostenitori del voto elettronico: la riduzione dei costi.
La maggioranza composta da M5S e Lega ha introdotto il voto elettronico nel recente referendum sull’autonomia lombarda.
L’entusiasmo con cui viene promosso quest’obiettivo però non trova riscontro nella sua effettiva utilità, è pura ideologia modernista e soluzionista senza fondamento.

L’introduzione del voto elettronico è un obiettivo non celato del M5S che si situa all’interno di una più generale transizione dalla democrazia rappresentativa a quella diretta e di promozione di propri strumenti di voto, come il sistema Rousseau recentemente criticato dal Garante Privacy, dopo il provvedimento dello scorso dicembre.

Nella loro propaganda a favore del voto elettronico, il M5S nasconde sistematicamente la realtà quando parla della situazione internazionale rispetto al voto elettronico, peraltro ampiamente confondendo il voto elettronico e quello online.

A livello internazionale il trend di abbandono del voto elettronico da parte dei paesi a democrazia avanzata è evidente. Tanto quanto è evidente l’adozione del voto elettronico avviene tra i paesi meno democraticamente solidi o tra i cosiddetti regimi ibridi e tra quelli autoritari.  Il voto online esiste praticamente solo in Estonia.

 

La situazione internazionale

 

Da quando, nel 2009, la Corte Costituzionale tedesca ha definito che il processo elettorale informatico deve avere garanzie di verificabilità equivalenti a quelle del voto tradizionale cartaceo per non confliggere con la Costituzione, i tedeschi hanno praticamente abbandonato le macchine di voto elettronico. La Germania è al 13° posto nell’indicatore di democrazia stilato dall’Economist. Allo stesso modo in Olanda (11°), dopo anni di uso, si è abolito il voto elettronico a causa di numerosi problemi tecnologici che hanno fatto sorgere nella popolazione perfino il timore che il risultato elettorale potesse essere distorto attraverso azioni di hacking internazionale a favore di partiti filo-russi. La Norvegia (il paese che è al primo posto dell’indicatore di democrazia stilato dall’Economist) ha abolito il voto elettronico dopo anni di applicazione senza problemi operativi, in quanto si è stabilito che la motivazione per la sua adozione, ovvero avvicinare categorie di elettori che tradizionalmente erano poco inclini a partecipare al processo democratico, non era stata raggiunta, ma anzi si stava ottenendo l’effetto contrario, in base alla minore fiducia dell’elettorato di questo processo che veniva percepito come opaco e poco controllabile. Nessuno degli altri paesi a democrazia avanzata adotta in modo esteso il voto elettronico.
Anche l’Estonia (30°), che viene spesso citata a favore del voto elettronico, sta facendo i conti (salati) con la questione elettorale. Il paese ha in tempi recenti investito nelle infrastrutture informatiche nella riorganizzazione della struttura statale, ed in cui il voto elettronico (addirittura via Internet) si cala all’interno di una più generale e completa digitalizzazione dei processi statali, l’ideologia modernista e soluzionista si è recentemente scontrata con una crisi di sicurezza che ha messo in dubbio l’intera infrastruttura di identificazione dei cittadini che è anche alla base del voto elettronico.  Ricerche indipendenti hanno però dimostrato la grave fallibilità del sistema di voto Estone e che l’introduzione del voto elettronico su Internet non solo non scoraggiato l’astensione ma ha distortola composizione dei votanti a favore di alcuni partiti portatori di interessi di classe e etnici.

Per trovare esempi altri di ampia applicazione del voto elettronico ci si deve spostare in nazioni molto più in basso negli indici di democrazia, se si escludono India e Brasile (42° e 49°), dove certo non mancano accuse di manipolazioni e brogli, dove l’introduzione del voto elettronico è un problema essenzialmente logistico (quasi un miliardo di votanti in India e quasi 200 mila distribuiti in 10 milioni di chilometri quadrati in Brasile).
Le stelle del voto elettronico però si trovano tra quei paesi cosiddetti a regime ibrido come la Nigeria (109°), o addirittura autoritari o totalitari come Congo (137°) o Venezuela (117°).

L’introduzione del voto elettronico in Italia (che comunque è al 21° posto, a solo tre decimi dall’ingresso nell’elenco delle democrazie mature) ha come modello i paesi meno democratici dell’Italia?